Sunday, November 20, 2011



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Come è possibile non innamorarsi di quest’uomo capace di considerare tutte le interazioni di vita come esperienze meditative?

Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura 1968 lo definisce come: "il più rigoroso e profondo dei maestri Zen" 
(qui lo scritto)

Ecco qui la sua biografia:
La vita di Ikkyu
Descritta da:
John Stevens
traduzione: Marco Baggi

Ikkyu Sojun nasce in Giappone all’alba del primo giorno del 1394, pare dalla relazione tra l’imperatore Gokumatsu e un membro della influente famiglia Fujiwara. La madre, attendente di corte, fu calunniata dalla regina e di seguito cacciata da palazzo prima della nascita di Ikkyu

In queste difficili circostanze, la madre di Ikkyu fu obbligata a trasferire il figlio, all’età di cinque anni a Ankoku-ji, un tempio Zen Rinzai a Kioto, per farlo iniziare alla vita monacale. Il piccolo e precoce novizio si face subito distinguere, diventano ben presto celebre per la sua mente acuta e il comportamento indiavolato. Ikkyu fu si vivace, ma estremamente serio nello studio dello Zen. Quando ebbe 15 anni venne a sapere per caso delle sue origini reali che lo condussero ad abbandonare il tempio “pieno di vergogna” continuando il suo apprendistato presso Ken’o, un eccentrico maestro fuori tempo che viveva in una baracca presso una collina.

Ikkyu rimase con Ken’o fino alla sua morte, avvenuta nel 1414, che lo portò alla depressione fino al punto di meditare il suicidio. Riuscì tuttavia a proseguire la sua esistenza chiedendo di essere ammesso presso l’eccentrico maestro Kaso, un alto riferimento dello zen del non non-senso della vecchia scuola. Il regime di vita presso il ritiro di Kaso fu molto pesante: poco cibo, tanto lavoro, poco sonno e un’infinità di ore di meditazione.

La ricerca di Ikkyu per il risveglio fu lunga ed ardita ma nel mezzo dell’estate in una notte del 1420, meditando su di una barca nel lago Biwa, il gracchiare di un corvo condusse il ventiseienne Ikkyu a vivere, pieno di stupore, il momento che descrisse in questi versi:

Agitazione per venti anni
subbuglio e rabbia,
ora il momento è arrivato!

Il corvo ride, un arhat sorge
dal sudiciume,
E alla luce del sole una stanca,
bellissima melodia

Quando Kaso si presentò a Ikkyu con l’inka, il sigillo dell’illuminazione, questi lo gettò con violenza a terra protestando, per poi andarsene. Malgrado questo fatto ed altre incomprensioni tra maestro e discepolo, Kaso disse: “Ikkyu è il mio vero erede, ma la sua via è selvaggia”

Dopo la morte di Kaso avvenuta nel 1428 iniziò effettivamente la sua intensa vita selvaggia facendosi chiamare “nuvola pazza”. Dedicò una buona parte della sua esistenza da monaco pellegrino, vagando tra le regioni di Kyoto, Nara, Osaka, e Sakai. Ikkyu si incontrò e condivise il suo tempo con personaggi appartenenti a tutti i ceti sociali, dai più elevati, (ebbe differenti incontri con l’imperatore in ritiro Gokomatsu) ai meno abbienti (spesso condivise i sui viaggi con mendicanti). Ikkyu fu il preferito dai mercanti, che amarono il suo stile antico, sebbene fu difensore dei poveri contro gli avidi proprietari terrieri. In un’occasione, per esempio, si comportò da Robin Hood rubando denaro messo da parte per un funerale di un ricco signore e dividendolo tra i senzatetto.

Una volta Ikkyu, indossando il suo solito vestito malmesso, si recò alla porta di casa di una ricca famiglia chiedendo l’elemosina, che gli fu negata, accompagnata dall’ordine di andarsene.
Il giorno seguente, si presentò ad una festa organizzata dalla stessa famiglia vestito però di tutto punto, da abate. Quando gli fu presentato il vassoio di vivande, Ikkyu si tolse l’abito gridando: “cosa state facendo? Il cibo appartiene al vestito, non a me!” e così dicendo se ne andò

Ikkyu inframmezzava i suoi viaggi con lunghi ritiri sulle montagne isolate, dove coltivava verdura e faceva meditazione. Annoverava molti artisti tra il suo cerchio di amicizie e la sua arte dinamica ebbe un profondo impatto sullo sviluppo della poesia, la pittura, la calligrafia, la cerimonia del tè, l’arte del disporre i fiori ed il teatro giapponese del Noh.

Periodicamente, gli fu proposto di rivestire la carica di responsabile di qualche tempio. La volta in cui accettò, desistette dopo qualche giorno disgustato dalla ipocrisia e dalla bramosia di fama e ricchezza da parte dei monaci:

Chi tra i discendenti Rinzai
trasmette davvero lo Zen?
(it is concealed in this blind donkey).
Sandali di paglia e bastone di bambù,
una vita senza restrizioni -
Potete possedere un fantasticotrono,
un palco di meditazione,
ed uno Zen che da fama e ricchezza

Durante tutta la sua vita Ikkyu volle che il suo zen fosse crudo, diretto, autentico. Per lui voleva anche dire essere totalmente aperti all’esperienza sessuale: “se uno è assetato, sogna dell’acqua, se ha freddo,sogna vestiti pesanti. E’ nella mia natura sognare il piacere della camera da letto!”. Dopo le prime esperienze omosessuali nel monastero Ikkyu si rivolse alle donne come costante ispirazione della sua incontenibile gioia. Ci furono per lui momenti di deprivazione, difficoltà e intensa sofferenza, accettate ugualmente come valide esperienze zen.

Dopo otto decadi di vita selvaggia, nel 1474 fu chiesto a Ikkyu di diventare abate del Daitoku-ji, il monastero distrutto durante l’insensata guerra Onin. In sette anni Ikkyu riuscì nell’impresa ma lo sforzo fu eccessivo e Ikkyu morì seduto nella posizione loto nel 1481 all’età di ottantasette anni. Non molto prima disse ai suoi discepoli:

Quando me ne sarò andato, qualcuno di voi
si isolerà nella foresta
o in montagna a meditare, mentre altri
berranno saké e godranno
la compagnia delle donne. Sono entrambi
modi eccellenti di Zen. Ma se qualcuno diventa
un ecclesiastico professionista, farfugliando
“la via dello Zen” sarà mio nemico.

Ikkyu iniziò a scrivere poesie molto presto da ragazzo e nella sua “antologia di nuvola pazza” ne sono raccolte più di mille (Kyoun-shu) riunite dai suoi discepoli. Come ogni altra cosa nella sua vita, Ikkyu evitava le regole della composizione e le poesie hanno stile e forme differenti. Molti dei suoi versi descrivono l’ipocrisia imperante nel clero buddista, altri denigrano la corruzione della corte imperiale e dei suoi subalterni.

Questa accesa critica è completamente giustificata anche se , perfino Ikkyu, sentì di essere andato un po’ oltre: “quante persone ho ferito con le mia parole pungenti?” urlando contro se stesso, lamentandosi della sua mancanza di autocontrollo e della sua eccessivo amore per la poesia. Oltre alle poesie a sfondo religioso, Ikkyu compose un certo numero di componimenti koan (di solito le sue poesie sono più difficoltose del koan stessi). Scrisse anche in prosa e “scheletro” è il titolo di uno dei più famosi.

(un grazie ad Alessandra di "Angolino Zen" che me lo ha fatto ri-scoprire)

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